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Gli esami non finiscono mai
Scritto da Alteredo   
mercoledì 09 luglio 2008
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Un'idea bislacca e bizzarra di Edoardo Semmola (alteredo.org@gmail.com)
Un solco lungo il viso Stampa
Scritto da Alteredo   
martedì 02 ottobre 2007
Un solco. Non ci sono molte cose capaci di un solco lungo il viso come una specie di sorriso. Una pugnalata può creare un solco, una pugnalata al volto. E non sono molte le alternative a questa ipotesi.
Eppure
Fabrizio De André non ci dice niente sulla sorte del Pescatore. La canzone si chiude a cerchio, così com’era cominciata, e nessun accenno ulteriore viene fatto circa la sorte del sorridente pescatore dopo l’incontro con l’assassino. È vivo, oppure morto, il pescatore?
Ovviamente il testo non muta assolutamente di significato in nessuna delle due ipotesi. Che sia vivo o morto, il senso della sua breve esistenza nell’arco di 2 minuti e 20 secondi di canzone non cambia di una virgola. Ma la domanda mi ha comunque impegnato per molto tempo, soprattutto agli albori delle mie scorribande nell’universo deandreiano… Soprattutto se unita alla fatale sensazione – una suggestione, più che altro – che ogni volta che ascoltavo Il Pescatore lasciavo dietro di me quell’uomo morto in faccia al tramonto.

Quando ho ascoltato per la prima volta questa canzone stavo finendo di leggere Mastro Don Gesualdo di Giovanni Verga. Non so se fu quella particolare coincidenza a farmi scattare un pensiero, una relazione fra i due personaggi. Se fu la mente facilmente suggestionabile di un ragazzo in età scolare o se, invece, c'era dietro qualcosa di più e di più vero...
Fatto sta che, fin da subito, notai un sottile parallelo tra il protagonista di Verga e l'assassino della canzone di De Andrè, e quindi fra i due autori: un filo rosso che possiamo chiamare, con una parola troppo generica e banale, di pessimismo/immobilismo. Filo rosso che reggeva e reggerebbe soltanto nell’ipotesi che il pescatore abbia davvero esalato l’ultimo respiro sulla sua spiaggia, ovviamente.

Ma iniziamo dal principio…
Sono sempre rimasto molto affascinato dai personaggi (letterari) che non cambiano, ovvero che restano se stessi contro ogni stimolo esterno, contro le leggi divine e umane, anche contro i propri sentimenti, perfino contro la loro stessa voglia di cambiamento, che magari lottano contro la propria natura ma ne riescono sconfitti o, meglio, schiacciati. Quei personaggi che imparano, scontandone il prezzo, che la vita non è come l'etica luterana (secondo la lettura di Max Weber) vorrebbe farci credere. Che imparano come in realtà il proprio posto nel mondo, la propria posizione (sociale, nel caso del muratore di Vizzini, esistenziale nel caso dell'assassino del pescatore) nel grande gioco delle parti, delle relazioni, dei comportamenti, pur non essendo qualcosa di innato ma qualcosa di scritto giorno per giorno dalle esperienze e dall'ambiente circostante, è spesso più forte della volontà. E le conseguenze di ciò che si è vanno affrontate sapendo che si andrà a pagare un prezzo invece che a guadagnare un premio...

Mastro Don Gesualdo è il prototipo di questo genere di personaggi: il più laborioso, instancabile, tenace, indefesso di tutta la letteratura italiana. Un vero campione del proto-capitalismo, si potrebbe dire. E forse anche l’uomo più triste, sconfitto e stanco che si possa mai incontrare, nella realtà come nelle pagine di un libro.
Come una specie di Barry Lyndon della Sicilia del diciannovesimo secolo, Gesualdo Motta incarna forse come nessun altro il vano desiderio di affrancarsi dal proprio destino di sconfitto. Come Barry Lyndon investe tutta una vita di sforzi, impegno e ingegno, determinazione, per uno scopo: diventare un gentiluomo nel caso dell’avventuriero irlandese, arricchirsi nel caso del Mastro siciliano. E come Barry Lyndon è costretto a ricominciare da capo, quando è già troppo tardi.
Se il personaggio kubrickiano è più universale di quello verghiano, perché rappresenta l’illusione umana – di tutta l’umanità, di ogni luogo e ogni tempo – di poter dominare il proprio destino, di poter vincere la sfida della felicità con una dose di coraggio una di ingegno e una di fortuna, l’imprenditore Gesualdo è certamente più limitato nella sua prospettiva: lui mira al denaro, ed è quello alla fine che farà da spartiacque tra il successo e l’insuccesso. Più limitato, sì, ma non per questo meno incisivo: in modo più esplicito di quanto accada al giovane spavaldo irlandese in cerca di fortuna, Gesualdo si confronta con se stesso più che con il mondo circostante. Ed è questo, forse, nell’ottica del parallelo che la suggestione suggerisce, che lo porta ad assomigliare al Pescatore.

Leggevo e vedevo Mastro Don Gesualdo spaccarsi la schiena nel tentativo di elevare la propria posizione sociale, e alla fine precipitare all'indietro, sconfitto nella sua volontà da ciò che la vita gli aveva imposto di essere, per tornare alla fine del libro nella stessa posizione che aveva all'inizio. Era la summa del pessimismo verghiano: forgiato dalla fusione di immobilismo, impossibilità e ineluttabilità. E immaginavo l'assassino del pescatore, colto da un atto di gentilezza che – forse – prima di quel momento non gli era mai toccato in sorte: il pane e il vino, offerti, senza essere giudicato, senza neanche essere guardato in faccia. Immaginavo quell'assassino, abituato a prendere con la violenza il pane e il vino che gli servivano: per la prima volta gli vengono offerti, e la violenza non gli sarebbe servita in quell'occasione. Mangia il pane, beve il vino, ma uccide lo stesso il pescatore.

Uccide il suo benefattore. Ma perché?
La risposta di quel momento – e che mi sono portato appresso fino ad oggi – è che la sua natura di assassino non poteva più essere cambiata. De André ce la presenta così come ormai si era formata. E un gesto di amicizia, di generosità, non poteva fare più nulla per cambiarla. Anche la natura del muratore di Vizzini è quella che è: inutile tentare di sfidare la sorte, le convenzioni sociali, i rapporti di classe, per trasformarsi da muratore a imprenditore, perché per quanto possa tentare di camuffarla, mascherarla, occultarla agli occhi del mondo, la sua natura è quella di un muratore.

Il pessimismo di Verga era così trasportato dal piano sociale, in cui descrive le peripezie di Mastro Don Gesualdo, a quello esistenziale di De Andrè. Come in un ipotetico parallelo ho immaginato che Verga e De André si toccassero, come in un virtuale passaggio del testimone: come se lo stesso sentimento, la stessa visione degli uomini, traslasse da un piano all'altro, da un secolo all'altro, da un campo da gioco (quello economico-sociale) all'altro (quello esistenziale).

Ecco il fascino che il pescatore, o meglio il suo assassino, ha sempre profuso nei miei confronti: il fascino di un'idea, quella per cui ciò che vorremmo essere è niente in confronto a ciò che siamo, e che dibattersi, agitarsi, lottare, è bello e giusto solo per il tempo – esiguo – di una storia da narrare, che sia un romanzo di centinaia di pagine o una canzone di una manciata di minuti, oppure una vita intera, anche la nostra, nel mondo e nella società di oggi, dove il benessere per il quale Gesualdo lotta ci viene regalato alla nascita e dove la violenza non esiste, se non nel telegiornale, perché resta ben lontana dalla nostra quotidianità.
Bello, giusto, ma alla fine triste, inutile, vano…
Commenti (10)Add Comment
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scritto da Ale55andra, ottobre 07, 2007
Ciao Alteredo ho provato alre volte a commentare ma non si vedeva mai nulla, spero che questo commento appaia. Il post è bellissimo e mi ha fatto ricordare alcune delle cose che amo molto: de Andrè, Verga e Kubrick. I parallelismi da te citati sono davvero affascinanti.
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scritto da alter edo, ottobre 07, 2007
grazie cara... ma mi preoccupa il problema dei commenti che non apparivano... nessuno mi aveva mai avvertito di un problema del genere...
ora speriamo sia risolto
fammi sapere se così non fosse
un abbraccio
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scritto da Ale55andra, ottobre 08, 2007
No, stavolta è apparso e leggo anche la tua risposta, forse era solo un problema mio. Ci rivediamo presto ^_-
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scritto da Valentina, aprile 22, 2008
Complimenti Edoardo,è davvero un bell'articolo. Curiosi e originali gli accoppiamenti, i confronti: una canzone, un romanzo, un film. E molto interessanti le analogie che sei riuscito a catturare. E' un piacere leggerti, a presto.
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scritto da Alter edo, aprile 23, 2008
Grazie, Valentina. E' un piacere averti su questo sito
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scritto da nonsolomateria, giugno 20, 2008
.....ma verso' il vino e spezzo' il pane per chi diceva ho sete e fame.....adoro faber....

mi ricorda qualcuno ....... che fece la stessa cosa.....
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scritto da benito, ottobre 31, 2008
è un grande. inimitabile
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scritto da Stè, gennaio 05, 2009
Complimenti davvero, ero su youtube a sentire Il Pescatore di De Andrè, e come te mi sono fatto cogliere dal dubbio che alla fine il povero pescatore fosse morto, proprio da quel "solco lungo il viso.." e sono capitato su questo sito, leggendo questo articolo davvero molto bello! Mi piacerebbe scrivere come te in futuro smilies/cheesy.gif

Ciao e magari a presto!
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scritto da Teo, luglio 05, 2009
Oh, che bello trovare finalmente qualcuno che, come me, pensa che il pescatore sia morto... o per meglio dire, qualcuno a cui, come a me, piace pensare che il pescatore sia morto, se ho interpretato correttamente l'articolo.

Una breve ricerca su google (nonché numerose conversazioni occasionali) sembra indicare che l'opinione prevalente è quella contraria, che cioè l'assassino abbia "risparmiato" il pescatore.
Io invece condivido in pieno la tua idea che l'immutabilità della natura umana sia un punto chiave della canzone. Certo non mi sarebbe venuto in mente il parallelismo con i personaggi di Verga, estremamente interessante...

Molti liquidano la questione dell'interpretazione del "solco lungo il viso" affermando ottusamente che non può essere una coltellata in quanto è presente fin dall'inizio. Ora io non affermo che si tratti necessariamente della coltellata, ma è ovvio che come tu dici la canzone si apre e si chiude circolarmente sulla stessa immagine e le immagini non necessariamente vengono presentate in ordine cronologico. Niente, assolutamente niente nel testo (non una congiunzione, un nesso temporale, niente) obbliga a pensare che "venne alla spiaggia un assassino" sia cronologicamente successivo all'immagine appena descritta del pescatore assopito, immagine che può benissimo essere un'anticipo del finale - come peraltro accade spessissimo nella letteratura (di tutte le epoche), nel cinema, e perché non in una canzone. Anzi, a conferma di ciò, se ci pensate bene è al quanto improbabile che l'intera vicenda si svolga "all'ombra dell'ultimo sole".

Il dolore e il rimpianto menzionati nella strofa immediatamente successiva alla fuga dell'assassino sono un altro elemento a favore della "teoria dell'omicidio", benché si possano perfettamente interpretare in chiave più generica.

Infine, dai, una canzone di De André senza la morte, senza l'elemento tragico.... non sarebbe quasi più una canzone di De André.

Dori Ghezzi sostiene che il pescatore non è stato ucciso, ma non credo che solo per essere stata sua moglie sia da considerarsi attendibile, anzi tutto il contrario smilies/smiley.gif

Scusate, il mio commento lascia un po' il tempo che trova, ma non ho resistito. Continuerò sempre ad ascoltare Il Pescatore lasciando dietro di me quell'uomo morto in faccia al tramonto. E ora so che siamo almeno in due smilies/smiley.gif
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scritto da Saverio, luglio 31, 2010
anch’io ringrazio alteredo e giorgio ( http://2honolulu.it/2009/12/allombra-dellultimo-sole-1907.htm ) per aver messo per iscritto le mie filippiche di giornate e nottate passate solo contro molti a difendere la mia tesi, sono d’accordo con loro e

Per quanto riguarda la questione cronologica il fatto di versare il vino e spezzare il pane se si considera un'allegoria della morte/vita di innocente offerta per i peccati degli altri (cristianamente con la C maiuscola o minuscola come volete) non c'e' dubbio che questo atto avviene contemporaneamente alla morte/uccisione da parte dell'assassino. Quando avvenga questo atto e se il pescatore venga colto di sorpresa alle spalle o no non importa (anche se io credo di si' perche' si assopisce all''ultimo sole' della sua vita e spalanca gli occhi al giorno come un uomo ucciso con un atto di violenza)

Per concludere allego da una mail inviata ad un amico anni fa:

LA MORTE NON E’ UN PIC-NIC e il pescatore non muore di sonno ne’ in scooterone.

Chi la pensa diversamente, cioé chi crede che l’assassino non uccida il pescatore, ammette che alcune parole siano state messe a caso o per errore da De André, e che la canzone in questione, invece di una poetica allegoria dell’innocenza cristiana in senso umano e lato sia un’ode letterale ed aprioristica all’omertà! (Nota Bene il gesu’ UOMO detto da uno che ha chiamato suo figlio CRISTIANO seppure anarchico. La morte del pescatore e’ la morte di un cristo, di cristo e di ogni innocente) Questo per me basta ed avanza per confermare la prima ipotesi cioe’ quella della morte del pescatore (a vita).

In più se, per esempio per alcuni, l’ultimo sole è il tramonto, perché allora spalancherebbe gli occhi al giorno? se il pescatore lo abbevvera e lo nutre perché l’incontro sarebbe allora già dolore nella memoria, il calore di un momento e il rimpianto di un aprile giocato all’ombra di un cortile (cioè dell’innocenza perduta)?

Inutile mettersi qui a spiegare cosa è un narratore onnisciente e che la prima e ultima strofa ripetute alla lettera racchiudono l’intera storia sviluppata all’interno in un modello ‘classico’ perlomeno per De André e il suo “maestro” Brassens… ma poi, se si parla di un assassino, un po’ di sangue lo si deve far scorrere… o no?

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31 luglio 2010

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