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La chiamavano Bocca di Rosa |
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Scritto da Martina Manescalchi
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mercoledì 25 aprile 2007 |
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La mano sulla testa
Breve racconto ispirato al personaggio di Fabrizio De André
Quando finisco di lavorare è sempre tardissimo. Non a caso, conosco tutti i fornai del quartiere. Arrivo sempre in questo bar, che è l’unico aperto tutta la notte, e mi prendo un caffè che mi dia la forza per arrivare a casa ed un panino da mangiarmi appena mi sveglio, nel pomeriggio. Da cinque anni, immancabilmente, ogni notte mi fermo qui. Entro con i miei stivali, la maglietta aderente e la gonna rigorosamente corta (mi domando per quanto tempo me la potrò ancora permettere...). Adesso nessuno mi guarda più con sospetto o malizia. Del resto a quell’ora c’è sempre la stessa gente: quattro ubriachi e qualche tardona delusa dalla serata in discoteca. Tutti amici miei, naturalmente. Al bancone ci sono Samuele, il gestore, e Matteo. Samuele è il classico quarantenne piacente, tutto lampade e palestra, che la sa molto lunga. Mi ha sempre trattata con un certo riguardo, spesso ci attardiamo a bere qualcosa insieme o ci divertiamo a sfidare a poker gli ubriachi.
Più di una volta ha provato a portarmi a letto, ma l’ho sempre liquidato magistralmente con una battuta. La parola non mi manca, devo dire la verità. Matteo in vece è uno studente più giovane di me e mi ha sempre suscitato una certa tenerezza. Ha questi buffi capelli rossicci ed uno sguardo molto dolce. Solitamente silenzioso, con me parla parecchio, con quel suo irresistibile difetto di pronuncia. Da sempre ho l’impressione che abbia una cotta per me e quando mi guarda con i suoi occhi intensi ed ammirati vorrei tanto dirgli ma non mi vedi? Tu sei un bravo ragazzo, lascia perdere. Non credo che ce la farei, nemmeno una volta, anche solamente per deontologia professionale. Già, la professione. Che poi molti di quelli che vengono da me non sono mica così diversi da lui. Magari un po’ più vecchi, ma alla fine tutti ti gettano addosso lo stesso sguardo quasi supplichevole, che a volte mi sento pure in colpa a prendergli i soldi. A volte a prendergliene pochi. Dovrebbero darmi la laurea honoris causa in Antropologia, che qui se ne vedono più che a fare i taxisti a New York.
Bocca di Rosa, mi chiamano, e non per il mio modo di esprimermi o per le fattezze delle mie labbra. Nel mio ambiente è come un attestato di garanzia, una sorta di medaglia al valore. A me dapprima dispiaceva che mi chiamassero così, adesso in vece ne vado fiera, chè vuol dire che anni di esperienza ed applicazione non sono andati sprecati. Ultimamente ho cominciato ad usare questo nomignolo anche sul mio sito internet, al posto dei soliti nomi scemi. Da quando mi sono messa in rete i guadagni sono più cospicui, anche se in questa città funziona ancora molto il passaparola. Tanto il meccanismo è sempre lo stesso: un appuntamento, un albergo. In casa mia non porto nessuno, né sono così stupida da andare in casa loro. Che poi la cosa avvenga per telefono, via mail o in qualunque altra maniera, il risultato non cambia, tutti vogliono sempre la stessa cosa: la considerazione, nelle sue varie manifestazioni. Coi tempi che corrono, nessuno sarebbe disposto a pagare così tanto per una bocca, per delle belle gambe. La gente vuole essere considerata e, quella più ambiziosa, amata. Il film è quasi sempre lo stesso, due o tre volte a sera. Si arriva in albergo, il portiere amico mio mi regala una bottiglia che aiuta sempre, in camera e via. Dapprima sono tutti belli aggressivi, prima ti mettono i soldi sopra il comodino e poi la mano, decisa, sulla testa. La mano sulla testa è una cosa che ho sempre detestato – sono qui per questo, imbecille, non devi convincermi – Eppure quelle mani me le sento ormai ogni istante fra i capelli e ricorrono, spingendo, in tutti i miei sogni. Vorrei non averle mai sentite, ma è troppo tardi. La parte più spiacevole arriva dopo, però. Dopo lo scaricamento, le parole oscene, dopo averti portata a dirgli quanto siano bravi arriva il peggio. Lui è disteso ansimante e tu osservi quegli stivali orribili, ed i vestiti sbattuti per terra ti sembrano più indecenti che mai. Raccogli le forze per alzarti, che il soffitto di quella camera ti fa più schifo, se possibile, dell’uomo sudato che allunga la mano verso di te – fatti abbracciare da tua madre, cretino – e non vedi l’ora di tornare a casa. Ti siedi dolorante e stanca e fai per indossare quelle autoreggenti di pizzo che ogni due giorni ti costringi a comprare, ma per fortuna nel prezzo ci sono comprese anche le strizzatine d’occhio dei commessi, ed arrivano le domande a raffica – ma non eri stanco? Perché non ti fumi una sigaretta e non ti addormenti come fai con la disgraziata di tua moglie? – Le domande sono davvero cretine. Vogliono sapere se ti è piaciuto – duecento euro per fare quello che nessuna vuole farti gratis, mon amour, cosa dovrei risponderti? – il tuo vero nome, quando hai cominciato e minchiate del genere. Io sono bravissima e me ne invento sempre una nuova. Il problema è che poi cominciano a parlarti degli affari loro, alcuni ti chiedono addirittura consigli! – Sono una puttana, ricordi? Non è così che mi chiami quando parli di me con gli amici al bar sotto casa? Cosa vuoi che ne sappia? – I primi tempi cercavo di evitare discorsi del genere, poi ho scoperto di poter accumulare ulteriori guadagni dalle frustrazioni gravitazionali del puttaniere medio. Il segreto è farli sentire importanti. Il fatto di essere italiana non mi aiuta molto: preferirebbero un bell’accento di qualche paese povero e sfruttato. Più il Pil è basso, più si sentono potenti. Ma mi arrangio comunque. La formula standard è quella di farli sentire i più grandi amatori del mondo – te lo dice una che ne ha visti a migliaia – e poi proseguire su questa linea, che vale più o meno sempre. Le doti di psicologa che ho sviluppato facendo questo mestiere sono impressionanti, mi basta uno sguardo per capire da quale problema è afflitto il coglione di turno. Diciamo che la crisi di coppia fa la parte del leone e allora io sfodero un sacco di discorsi appresi chi sa dove, ma molto convincenti, pare. Questo aspetto del lavoro fa perdere un po’ di tempo, ma rende bene nel lungo periodo. Li rassicuri, ti sforzi di abbracciarli, gli fai credere che se tu avessi la fortuna di essere al posto delle loro donne sì che sapresti apprezzarli e puttanate varie. Se sei brava se la bevono alla grande e tornano. È un modo, diciamo, di fidelizzare il cliente, che tanto ognuno ha il suo tallone d’Achille, basta essere in grado di individuarlo. Quando va bene, ti coprono di regali. Peccato che per prima cosa tutti ti regalino un telefono cellulare. Cosa dovrebbe farsene una puttana di tanti telefoni? Bah.
Poi ci sono i residui dei night-club, quelli che rendono di più. Ti corteggiano, ti regalano fiori, ti coprono di attenzioni. Ti portano a cena fuori per esibirti in pubblico e ti trattano come una regina, ma nello sguardo mellifluo c’è sempre un rigurgito di dominio. Non devi mai dimenticare chi sei. Devi comunque stare al tuo posto. Questi patetici individui sono solitamente degli sfigati di professione col porta fogli gonfio, e non solo. Il loro obiettivo non è tanto il sesso quanto la rivalsa sociale. Ti fanno conoscere sempre qualche amico incontrato per caso, ti portano a passeggiare in centro. Cioè, il sesso gli interesserebbe pure, ma sono così abituati ad andare in bianco che già il fatto di farsi vedere in giro con una ragazza appariscente li appaga, fornendogli inesauribile materiale per la masturbazione. Se potessero ti scoperebbero in pubblico, questo sì. I più audaci si cimentano in qualche improbabile acrobazia e pretendono che tu urli come una forsennata e finga orgasmi multipli. Non è difficile, a dire la verità. Fingere mi riesce bene, modestamente. Non hanno esigenze particolari se non infilare da qualche parte o essere toccati. E poi non durano più di tre minuti. Alla fine ti complimenti per la prestazione, per le dimensioni (questo è fondamentale!) e quelli ti coprono di soldi. Di solito mi danno fino al triplo della mia tariffa tradizionale senza che io gli chieda niente. Già, perché questa categoria di clienti non vuole ammettere di trovarsi in presenza di una mestierante. È come un tacito accordo in cui tu devi fingere di interessarti seriamente a loro. Vogliono la dolcezza, le carezze, ti chiamano col nome della madre, è disgustoso. Bisogna stare molto attente, però. Se si affezionano troppo arrivano al punto di chiederti di sposarli!
Una volta uno voleva presentarmi ai genitori… racconto a Samuele, seduta ad un tavolino del bar, e lui si fa delle grasse risate. Stanotte ho finito prima del solito e mi sono chiusa qua dentro. È particolarmente freddo e non mi va di tornare a casa, non ho sonno. Il locale è semi vuoto. C’è soltanto il solito tizio spalmato contro il video poker ed uno che si lamenta della Finanziaria al bancone, sfruttando la pazienza del povero Matteo. Samuele ed io siamo stranamente allegri e un po’ bevuti. Lui vuol sapere tutto del mio lavoro ed io mi spreco in aneddoti esilaranti. Forse sono felice. Quando riesco a scherzarci su significa che sto bene. Il mio disincanto colpisce molto gli uomini. In fondo tutti quelli che conoscono vorrebbero “salvarmi” e Samuele non fa eccezione. Samuele è il tipo che potrebbe sposarsi una come me. Ora mi gira la testa. Complici, ridiamo forte a suon di battutacce quando mi viene in mente una cosa stupida: è da molto tempo che non scopo gratis. È buffo, mi fa uno strano effetto. Lo stomaco si contorce in fastidiosi conati. Un attimo fa ridevo e mi sentivo leggera, adesso ho la testa affondata nel cesso. Tutto bene? mi chiede Matteo bussando alla porta. No che non va bene. Non va bene proprio per un cazzo. Non so com’è che mi esce dalla bocca questo tono piagnucolante mentre lo imploro entra, per favore. Ed eccolo lì, a tenermi la testa mentre vomito molto più di quanto abbia mangiato nell’ultima settimana. Una mano sulla testa che non spinge, finalmente. Finito di vomitare i cocktail e la tristezza, mi siedo per terra con gli occhi doloranti per lo sforzo. Non penso all’aria sfatta che sicuramente ho, ma mi fisso sulla sua camicia immacolata. Mi accarezza i capelli fino a che, sfinita, non mi addormento con la testa contro il muro.
Il sole filtra piano dalle veneziane socchiuse, chi sa che ore sono. Un insolito calore addosso a me. Un uomo addosso a me. Matteo. Mi abbraccia. Dio, che bella sensazione. Deve avermi portata a casa sua, penso. E a giudicare dal profumo della mia pelle deve avermi anche lavata. E chi sa cos’altro. Ma no, me lo ricorderei. Sono stranita, ma non voglio muovermi. Lo guardo mentre dorme. Sono anni che non vedo un uomo dormire. Scosto piano il piumone colorato ed osservo il suo torace acerbo e bianco. Dorme a bocca chiusa, con le braccia lentigginose avvinghiate a me e la sua mano grande appoggiata sulla mia pancia. Ha un respiro leggerissimo e profuma di bucato. La camera è confortevole e piena di libri e cd. Che strano, questa incresciosa situazione non mi imbarazza affatto. Nemmeno questa maglietta troppo grande mi imbarazza. Mi sento a casa. Come se non mi fossi mai mossa da questo letto, da queste braccia. Mi alzo. In cucina c’è molta luce, odore di buono. Preparo il caffè e mi sembra una qualunque domenica mattina dell’ ’84. Matteo, svegliati! Apre gli occhi e sorride vedendomi seduta al bordo del letto con la tazzina in mano. Le corde vocali semi addormentate riescono a farsi uscire un grazie tenero e rauco. Si siede sul letto assonnato. Lo sguardo è quello del bambino che ha appena visto la neve fuori dalla finestra e no, oggi non si va a scuola. Mamma mia come sei bella, ed appoggia delicatamente la mano sulla mia testa. La mia mano sul suo fianco destro, caldo da non crederci. Caldo del torpore mattutino o forse, chi sa, pomeridiano, che qui il tempo non conta più niente. La sua bocca sa di caffè bollente che si mischia alla mia saliva, a me, in un bacio casto che nemmeno nell’ ’84. La mano allungata a trattenermi, e non ce ne sarebbe bisogno, ma le labbra sono paralizzate dal calore e non riescono ad aprirsi. E allora niente. E allora Ciao.
La primavera sta arrivando, dicono. Si sente, dicono. Io sento soltanto il freddo e le mani che spingono la mia testa. Sono quasi le diciotto e Maria dorme ancora. Stamattina era così stanca che si è accasciata sul divano. Il trucco sfatto, il vestitino scomposto. Eppure è bellissima. Le invidio il corpo perfetto, il viso regolare. Mi accosto a lei e mi basta un minimo contatto con la sua pelle morbida per sentirmi in soggezione. Cerco di svegliarla ma non c’è verso. Fra un’ora ha un appuntamento a cui non può mancare, così ha detto. Sarà uno di quegli stronzi, stronzissimi pezzi grossi che frequenta lei. Ti butti via, le ripeto continuamente. Credo sul serio che le basterebbe molto meno per fare i soldi per davvero. Io vedo gli sguardi che le lanciano gli uomini quando cammina per strada, comunque sia vestita. La sua è una bellezza vera, genuina. Di quelle che si riconoscono subito, fin dal momento in cui si sveglia. Niente riesce ad intaccarla. Anche quando ha l’aria stanca le basta guardarti con quegli enormi occhi per farti innamorare letteralmente. E a guardare il suo volto bambinesco non immagineresti mai che … Sono sicura che nessuno qui nel quartiere immagina il modo in cui si guadagna da vivere. A me si legge negli occhi, nel modo di parlare e di camminare. I miei fianchi e la mia bocca la dicono molto lunga. Lei no, lei è di una dolcezza che non è di questo mondo. Lei gioca ancora con le bambole e sogna il principe azzurro. Come cavolo sia finita in questo downtown di mattonelle malferme, termosifoni ingialliti e chiazze sui muri non si riesce bene a capire. E lavora come una pazza e trova pure il tempo di entrare nel letto del padrone di casa per pagare l’affitto ad entrambe. Conosco quasi tutti i suoi clienti, gente che in un mondo normale dovrebbe pagare oro per un suo sguardo incidentale. Ogni volta li guardo e mi domando con che coraggio persone del genere mettano la mano sulla testa di Maria, della mia Maria. Lo fanno perché non sanno. Lo fanno perché, come tutti, pensano che con qualche soldo tutto sia dovuto. Lo fanno perché non vedono la sua vera bellezza, non sanno di ciò che sia capace. Le dico sempre che dovrebbe farsi mantenere da qualcuno di questi stronzi e smetterla di fare questa vita che non le si addice. Non sono mica una puttana, mi risponde.
Già, questa vita. Stasera non mi è andata malissimo. Non è nemmeno mezza notte ed ho già guadagnato un bel po’. Il cretino mi ha dato appuntamento alle dieci e si è presentato con mezz’ora di ritardo, che naturalmente ho incluso nel prezzo. Il classico quarantenne insoddisfatto. Un copione che conosco a memoria. Nemmeno brutto, ad essere sincera. Giorgio, diceva di chiamarsi. Una furia. Mi ha strappato i vestiti di dosso (anche quelli inclusi nel prezzo, né anche a dirlo). Ha cominciato a mordermi e succhiarmi che sembrava volesse fare chi sa che e poi niente. Naturalmente Scusa, non mi era mai successo, e certo. A nessuno è mai successo, guarda un po’. Stupidi uomini. Io lo assecondo, cerco di consolarlo ma non mi impegno nemmeno più di tanto, chissenefrega. Non sono professionale, lo so. A questo punto dovrei cercare di risolvere il problema con i miei infallibili sistemi, ma sinceramente non ne ho molta voglia e lo lascio lì a leccarsi le ferite di maschio umiliato che non riesce nemmeno con la prima incontrata per strada. O al meno questo è ciò che pensa lui. Io ho altre teorie in merito, ma che importa? Mica sono qui per dare lezioni, io. Sono pagata per fare altro. E allora sia. Peccato che quello non voglia nemmeno essere avvicinato. È da mettere in conto anche questo, ok. O sono al top o non vogliono saperne, va bene. Ma che addirittura mi pagasse lo stesso e se ne andasse a testa bassa non me lo sarei mai aspettata! Una volta sarei stata più onesta e non li avrei presi. Adesso non me ne importa più niente. Altro giro, altra corsa.
Fra poco ho appuntamento con un altro, sempre nello stesso albergo. Mi ha chiamata dieci giorni fa, anticipo non usuale. Aveva una voce giovane e dolce. Speriamo sia carino, così chiudo la serata in allegria. Mi rimetto un po’ a posto, sistemo i capelli ed il trucco, tiro su le calze. Con cinque minuti di anticipo sento bussare alla porta. Avanti, e in tanto mi stendo sul letto improvvisando una faccia voluttuosa, che se mi va bene ci sbrighiamo presto e me ne vado a dormire. La porta si apre e rimango di stucco. No, credo che non ci sbrigheremo presto. Il cliente dell’ultima ora è un cliente particolare. Ha un mazzo di rose in mano. Non riesco a dissimulare la sorpresa, mentre cerco di coprirmi con le lenzuola, in un impeto di ingiustificato pudore. E tu cosa ci fai qui?, la domanda più intelligente che riesco a farmi uscire dalla bocca. Sorride come un bambino davanti ai regali sotto l’albero. Appoggia le rose sopra il tavolo e si siede sul bordo del letto. Ha la barba rossa lunga qualche giorno. La sua camicia azzurra leggermente aperta mi sembra eccitante come niente mai. Sorride ancora e di fronte a quel sorriso io vorrei non avere addosso questo abbigliamento imbarazzante. Vorrei che il letto fosse più comodo. Che le coperte non avessero questo colore grigiastro. Che l’imbiancatura non si scrostasse dalle pareti. Che la finestra aperta non mostrasse l’insegna del distributore di benzina. Tira giù le lenzuola scoprendo il mio corpo ridicolizzato dagli orpelli e deglutisce. Piano, pianissimo, mi fa scivolare tutto di dosso fino a che, finalmente, non rimango nuda. Che strano, mi sento agitata come se fosse la prima volta. È lui che prende l’iniziativa in tutto. Appoggia timidamente la lingua sulla mia, che risponde altrettanto timidamente. Mi accarezza insistentemente il viso a fior di pelle. Mi stende di nuovo sul letto e mi osserva per un bel po’. Non so che espressione abbia adesso il mio volto. Molto stupida, temo. So soltanto che in quel momento vorrei essere molto più bella. Si stende sopra di me ancora vestito, ma posso sentire l’odore della sua pelle, che mi sembra di conoscere benissimo. È l’odore di mia madre e della neve dell’’84. Si libera velocemente dei vestiti ed ho paura delle mie reazioni. Cerco di trattenermi e lascio fare a lui. Percorre impacciato il mio corpo. Avvicinandosi al seno la sua mano comincia a tremare ed io, chiudendo gli occhi, ne sfioro il dorso con la mia fino a che si intrecciano con naturalezza, come se non avessero mai fatto altro. Lui mi respira in faccia. Anche le altre due mani si intrecciano. Ci guardiamo negli occhi. Sento il suo cuore contro il mio. Non so cosa mi stia succedendo. So soltanto che non ci stiamo muovendo di un millimetro eppure dopo un secondo lo sento dentro di me. Non ci stiamo baciando, non ci stiamo toccando. Eppure è lì, si muove piano, ed ho l’impressione che non sia mai stato altrove. Non provo piacere. Non in senso fisico, al meno. Sento la dolcezza lieve di una consuetudine che non credevo esistesse. Un corpo che conosco da cinque minuti ma che mi abita da trent’anni. Un senso di pienezza che rischia di provocarmi un orgasmo veloce ed intenso. Sento che sta per succedere. E questo non va bene. Fingere sempre e mai perdere il controllo. Non per così poco, quanto meno. Non per una penetrazione da quattro soldi, cavolo. Senza ritmo, senza preliminari, senza impegno. Allora cerco di sforzarmi, ma oramai sto già accarezzandogli i capelli, sto già sussurrando cose senza senso. Come se fosse il mio uomo, come se fosse vero. Affonda la testa sulla mia spalla ed io mi lascio andare in un abbraccio protettivo. Lo stomaco è la capocchia di uno spillo. Non so dire quanto tempo sia passato. Non se ne va. Rimane qui dentro, perché è così che deve essere. Il suo odore è ancora più intenso e sul suo volto è sbocciato un sorriso soddisfatto, bello senza precedenti. Il caldo è insopportabile ed il suo corpo abbastanza pesante, ma non possiamo che addormentarci così, vicini come un frutto alla sua buccia.
Il sole nasce più lento del solito. Come se avesse paura di disturbare, come se si sentisse di troppo. Non ci siamo ancora mossi. Non vorrei ci muovessimo mai. Lui dorme ancora. Io guardo il soffitto e per la prima volta in vita mia non penso. Sfioro le sue spalle e rallento il mio respiro per paura di svegliarlo. Passano così le ore che avrei voluto non passassero mai. E, naturalmente, arrivano le dieci, l’ora più indiscreta. La donna delle pulizie bussa forte alla porta. Lei non si sente di troppo. Lei fa il suo lavoro e che ne sa. Che ore sono? mi chiede staccandosi ed uscendo bruscamente da me. Lo chiede senza attendere risposta, che già guarda l’orologio. Cazzo! esclama. Si alza cercando i vestiti, io ancora stordita, immobile. Cerco il suo sguardo, ma oramai i suoi occhi si muovono veloci verso il nuovo giorno e le tante cose da fare. Si è già infilato i jeans. Non riesco a muovermi e forse è soltanto un modo per prolungare quella notte. Lui, in vece, è frenetico. Non voglio pensarci, voglio dormire ancora, vorrei sentirlo ancora e, chi sa perché, per un attimo mi illudo che accada ancora e ancora. È già vestito di tutto punto quando, finalmente, getta uno sguardo sul mio corpo inerte e mezzo scoperto. Sorride, ma in maniera del tutto diversa. Più che un sorriso è una specie di ghigno. Vieni qui, mi dice. Come un automa, mi inginocchio sul letto appoggiandomi sui talloni e faccio per baciarlo. Non mi preoccupo nemmeno dell’aspetto che ho appena sveglia, non è da me. Mentre mi avvicino lui si sbottona i pantaloni. Allungo le braccia verso il suo collo ed è in quel momento che sento di nuovo ciò che per una notte mi ero riuscita a dimenticare: la sensazione fredda e brutale della mano sulla testa che spinge verso il basso.
Trecento euro sul comodino, in pezzi da cinquanta. Il resto è mancia.
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Ciao da Gianni. www.solitoignoto.com