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Un Samurai alla corte dell’Occidente |
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Scritto da Alteredo
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domenica 25 marzo 2007 |
Due giorni fa Akira Kurosawa avrebbe compiuto 97 anni. Nato a Omori il 23 marzo 1910, e morto a Setagaya il 6 settembre del 1998, l’autore di Rashomon e de I sette samurai è una delle figure che più hanno segnato la storia della cinematografia internazionale, a cavallo tra Oriente e Occidente.
Sulla punta del pugnale del samurai di Rashomon scorre il sangue di un’epoca, di una cultura, di una tradizione. Il codice dell’onore, sempre pulsante ma ormai perduto nel caos della modernità, fa i conti con il relativismo del mondo nuovo.
Akira Kurosawa (1910 – 1998) è allo stesso tempo padre e figlio di quella cultura, un maestro giapponese imbevuto di storia e modernità, un’anima orientale ed una occidentale che convivono nella stessa ansia di scoperta dell’infinita complessità umana. Il suo cinema è tutto un’avventura – ha influenzato enormemente il western: I magnifici sette di John Sturges e Per un pugno di dollari di Sergio Leone sono remake de I sette samurai e La sfida del samurai – una ricerca, tra simbolismo onirico e un’epica ricostruzione della tradizione storica del medioevo giapponese. Un cinema che scorre potente e inarrestabile dai capolavori in bianco e nero, L’angelo ubriaco (1948); Rashomon premio Oscar e Leone d’oro alla mostra di Venezia nel 1950; Vivere, incoronato al festival di Berlino nel 1952, e I sette samurai, ancora una volta primo a Venezia (1954), che lo ha consacrato in tutto il mondo come l’imperatore del cinema del Sol Levante; alle straordinarie produzioni a colori: Dersu Uzala, anch’esso premiato con l’Oscar nel 1975; Kagemusha, trionfatore a Cannes nel 1980; Ran, liberamente tratto da King Lear di William Shakespeare, terzo premio Oscar (questa volta per i costumi, 1985); Sogni (1990), realizzato con l’aiuto di Steven Spielberg, Francis Ford Coppola e Gorge Lucas in fase di produzione, e Rapsodia in agosto (1991) che vede nel cast anche la star hollywoodiana di religione buddista Richard Gere.
Cacciatore di anime tormentate, indagatore della società nella sua dimensione tradizionale e contemporanea, dinamica e passionale, nonché della fragile essenza del singolo individuo. Attento storico e fantasioso narratore, cultore di Shakespeare e del teatro in generale. Pittore, golfista dilettante, atleta campione di kendo. Straordinario interprete delle contraddizioni del suo popolo, profondo conoscitore della condizione umana e simbolo vivente di un medioevo giapponese di cui è ancora fresco e tagliente il ricordo (la stessa famiglia del regista proviene da una stirpe di samurai). Akira Kurosawa è tra i più grandi registi della storia del cinema.
Con trentuno film all’attivo ha spaziato tra le insenature di innumerevoli generi cinematografici. Fluttuando sotto le vesti sempre originali di personaggi dalla personalità unica: come il piccolo uomo delle grandi pianure siberiane, Dersu Uzala, che resta uno dei più grandi eroi solitari che il cinema abbia mai creato. Anche se è nella psicologia e nel codice d’onore del tramontante universo dei samurai che il cineasta riversa le sue attenzioni maggiori.
Restano incastonate nella storia, e nella memoria, alcune delle sequenze di battaglia di Ran, pellicola dall’imponente intelaiatura scenografica e dalle inimitabili scene di massa. E se dobbiamo risalire fino a Rashomon per capire il suo punto di vista sulla dialettica del mondo, è con Madadayo (la sua ultima opera, 1993) che il cineasta lascia il suo autentico testamento.
A quasi 10 anni dalla sua scomparsa, quel testamento, è ancora uno dei più importanti motori della grande macchina che chiamiamo cinema.
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