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mercoledì 09 luglio 2008
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Riccardo Tesi e la musica ai confini del mondo Stampa
Scritto da Alteredo   
martedì 08 luglio 2008
L’intervista. L’inventore della musica etnica all’italiana festeggia 30 anni di attività



Prendiamo la famosa immagine gucciniana della casa situata tra la via Emilia e il west. Spostiamola al di qua dell’Appenino, scambiando la chitarra con un organetto, il folk politico con quello puro ma non duro, ed ecco comparire la fotografia di casa Tesi. Là dove è nata la musica etnica italian style. E dove sopravvive la passione per un’arte del suono che sposa l’antico con l’originale, la vastità del mondo con le radici ben piantate nella terra natia. «Vivo in questa stessa strada da tutta la vita. Prima in quella casa là, poi in quell’altra, adesso qui». Tre cambi di pochi metri. La periferia di Pistoia. Con un centro commerciale che avvolge la via da dietro, come un abbraccio. E i campi dalla parte opposta.

La musica di Riccardo Tesi è una geometria di spazi sonori. Il suo goniometro è un organetto diatonico, il nonno della fisarmonica: «Quando ho cominciato io non veniva insegnato in nessuna scuola, l’unico apprendimento possibile era la tradizione orale attraverso un processo imititativo. Non c’erano nemmeno registrazioni a cui rifarsi». Anno 1978, sale sulla scena Riccardo Tesi. Con uno scopo ben preciso: «Allargare il vocabolario di questo strumento».

Come è cominciate la tua avventura?
«Tutto è iniziato con Caterina Bueno. Le prime grosse produzioni le ho fatte in Francia, e questo grazie a lei. A lei devo tutto. L’essere musicista, sopra ogni cosa. E la possibilità di guardare alla tradizione musicale toscana da un angolo di visuale privilegiato, unico».
Con la maturità artistica arriva anche una carriera da solista, ricercatore, sperimentatore, che approda nel 1992 alla creazione di Banditaliana, considerata a tutt’oggi una delle più importanti formazioni di world music a livello internazionale.
«È stato un ritorno a casa, alle radici. Abbiamo preso la tradizione e gli abbiamo dato una nuova lettura. Volevo andare in fondo alle mie idee, smettendo di riproporre il passato così com’era, usandolo invece per creare qualcosa di nuovo ed originale. Ed è stato il primo progetto che mi vedeva responsabilmente coinvolto a livello personale».

L’altra tua creatura importante è il festival Sentieri Acustici che si tiene in agosto sulla montagna pistoiese.
«È stata per me l’occasione di stare “dall’altra parte”. Usare tutta la mia esperienza di musicista e di frequentatore di festival per organizzarne uno che avesse una sua personalità e atmosfera. Per questo la doppia formula di rassegna itinerante con un blocco finale stanziale di quattro giorni da vero e proprio festival sulla montagna pistoiese. È importante per me che il festival sia ben radicato nel territorio che lo ospita, promovendo la cultura popolare musicale della montagna pistoiese, ma anche un altro tipo di cultura come quella enogastronomica e il paesaggio, attraverso escursioni. Il nostro pubblico ideale è dunque quello che sceglie di fare una “vacanza intelligente” a contatto con la musica».
Pistoia ombelico del mondo?
«Far funzionare questo tipo di manifestazione in un posto come la montagna pistoiese è difficile, è vero. Ma è anche la nostra forza, perché può essere il modo di conoscere un posto altrimenti sconosciuto».
La parola d’ordine è dunque “originalità”.
«Ci proviamo e, credo, ci riusciamo. Ogni anno per esempio realizziamo una produzione originale del festival, tutta dedicata alla musica della nostra montagna. Ogni anno affidata a musicisti diversi: una volta io, un’altra le Stazioni Lunari di Magnelli e Di Marco, un’altra ancora lo hanno fatto i Quintorigo, l’anno scorso addirittura l’Ort, che gli ha dato un approccio più classico, ma con una scrittura affidata al jazzista Mirko Guerrini. Quindi musica classica ibridata con il jazz che affronta un repertorio “etnico”. Mentre altre volte aveva avuto un’influenza rock o di altro genere. A me piace provocare la moltiplicazione degli sguardi. Figurati che quest’anno la realizzazione è stata affidata alla Banda Osiris, quindi non abbiamo veramente paura di niente».
Quanto è importante l’aspetto della ricerca nella vostra musica?
«Il senso della nostra ricerca è che noi facciamo esattamente il tipo di musica che vogliamo fare. Siamo degli artisti “liberi”. Poi, la ricerca non è mai “una” e si deve in qualche modo confrontare con un mercato altrimenti si corre il rischio di finire in una zona arida dove nessuno ti segue più».

Che musica ascolti per rilassarsi?
«Guarda…» (indica la parete ricoperta di dischi, saranno alcune migliaia) Tutto?
«Tutto. Se guardi bene non manca quasi niente. Da Paul Simon a Piero Pelù. Da Stefano Bollani e Daniele Sepe alla musica africana. Una cosa che ho imparato in tutti questi anni è che ci sono artisti bravi in ogni “genere” e ognuno ha una forma di talento diversa. Ammiro il talento, in qualsiasi modo si manifesti. Senza pregiudizi: nella loro diversità, sia Pelù che Bollani sono due “talenti” ed io li ammiro entrambi allo stesso modo. E li ascolto entrambi. E non si possono paragonare».

Padre di famiglia e uomo di palcoscenico: come si tengono insieme queste due anime?
«Sono entrambe importantissime. Non potrei vivere bene con una soltanto delle due. Da una parte c’è il mondo del lavoro e della musica, che è creativo e terapeutico, e credo che fare un lavoro che sia anche un hobby rappresenti una grandissima ricchezza. Dall’altra parte moglie e figli sono altrettanto importanti. E un’anima nutre l’altra. È importante scendere dal palco e tornare a casa a fare il padre come un lavoratore normale. Anche perché quella del palco è una situazione un po’ irreale. E anche solo fare la spesa o pagare le bollette, sono cose che servono a relativizzare la vita».
Hai una figlia…
«Una figlia di 12 anni avuta con mia moglie e una di mia moglie, da una relazione precedente, che ne ha 28. Ma ovviamente per me è come una figlia anche la seconda».
Ti seguono nei concerti?
«A volte. E mi piace che questo accada, perché così capiscono cosa faccio in realtà, mentre a volte il lavoro che faccio può sembrare tutta gioia a divertimenti, non si vede la fatica, l’impegno, lo stress... Ringrazio la mia famiglia perché so che non è facile accettare questa vita, anche se io essendo un musicista “di nicchia”, in fondo ho una vita normale. Non è che mi fermano per chiedere autografi quando vado al supermercato».
Le due ragazze hanno sviluppato lo stesso amore per la musica del padre? Suonano?
«Hanno avuto un rapporto con la musica, la prima con il piano e la seconda con le percussioni, però molto superficiale. Forse non è scattato in loro quel qualcosa in più, forse non hanno trovato l’ambiente didattico giusto. La grande però ha sviluppato una grande passione per quanto riguarda l’ascolto. Comunque non ho mai cercato di spingerle. Perché per me è nato tutto da una scintilla improvvisa, e credo che questa scintilla o nasce o non nasce, non può essere indotta. Per me è un piacere condividere le emozioni della musica con loro, ascoltando un disco o anche facendo musica insieme, però credo che debbano godere della massima libertà nella scelta della propria strada».

A parte il palco e la famiglia, ci sono altre passioni nella tua vita. Per esempio, la politica?
«Ho le mie idee politiche ma devo dire che il mio mondo si esaurisce abbastanza qui: tra palco e famiglia. E anche perché di tempo libero me ne rimane pochissimo… Ho sempre votato ma non sono mai stato un militante. E non mi piace schierarmi pubblicamente. E non mi piacerebbe che la mia idea politica fosse associata alla mia musica. Se c’è da schierarmi, mi schiero. Ma come semplice cittadino, non come musicista».

Qual è il rapporto con la tua città, Pistoia?
«Un rapporto molto bello. Sono figlio di pistoiesi e ho sempre vissuto in questa strada (sono nato tre case più in là, poi ne ho cambiate due, ma sono sempre rimasto qui). Sono felice di vivere a Pistoia: è una città che amo molto anche per la sua dimensione. La “chiusura” dovuta all’essere una città piccola è controbilanciata dal fatto che viaggio molto. Compenso, diciamo. Da’altra parte è una città da cui non mi sono mai aspettato niente: pensando al lavoro, la vita mi ha portato ad andare subito fuori, all’estero, appena ho cominciato. Prima ancora ero andato fuori per l’università: ho studiato psicologia a Padova. Però ho avuto la fortuna che questa città mi “riconoscesse” artisticamente in giovane età, con premi, la direzione artistica del festival. Ed è una bella sensazione, alla quale però preferisco non abituarmi».

Questo è un periodo di soddisfazioni sul piano artistico.
«Un periodo buonissimo. Sono molto contento del mio presente e anche nel rapporto con la città sono molto contento perché sono stato aiutato in alcuni progetti».
È di pochi mesi fa l’uscita di Presente Remoto, disco con cui hai festeggiato i 30 anni di carriera.
«Il tempo passa. E un giorno ti fermi a pensare e dici: “cavoli, sono trent’anni che sto suonando! Che faccio? Mi sento vecchio o faccio qualcosa?” E allora ho deciso di incidere due dischi: uno di solo organetto, forse il più impegnativo della mia carriera: perché lo suono in maniera “pura”, in completa solitudine. Per quanto negli ultimi anni mi sia concentrato di più sulla scrittura e sull’arrangiamento, ho anche un lungo percorso di strumentista, ho maturato un mio stile. E dovevo in qualche modo “fissare” questa cosa. Infatti è un lavoro più rivolto al mondo degli organettisti che al pubblico. E poi ho voluto festeggiare con Presente Remoto che ho concepito come una “festa” con degli amici. Infatti ho riunito tutta una serie di amici musicisti: prima tra tutti Banditaliana, poi Elena Ledda, Stefano Bollani, Gianmaria Testa, Ginevra di Marco, Daniele Sepe, Nico Gori, Marco Fadda… E poi, molto importanti in questo disco sono quelli del Quintetto Archaea. Ma non è un disco celebrativo né antologico: sono brani che ho composto negli ultimi 15 anni per occasioni molto diverse, per il cinema o il teatro, o per occasioni speciali. Erano comunque tutte musiche che non rientravano nel contenitore “Banditaliana” che essendo il mio progetto principale ha assorbito molto del mio tempo “compositivo”. E così ho potuto sperimentare sonorità diverse».

In 30 anni hai valicato tutti i generi musicali, suonato in tutto il mondo, collaborato con tutti i maggiori strumentisti viventi, fondato e diretto un festival… Cosa manca?
«Continuare così. Anche se c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire e da fare. Infatti questo disco non è affatto la “chiusura del cerchio”. Si chiama “Presente” proprio perché guarda al momento presente. Poi, chissà, ho ancora moltissime curiosità musicali… L’aggettivo “remoto” significa anche “nascosto”. E ho voluto come fissare le fotografie delle cose fatte».
Fra le tante fotografie, qual è quella più significativa?
«Difficile scegliere, sono legato a tutte le mie creature. Banditaliana è il progetto più importante perché dura da sedici anni. Sono legato a tutti i dischi fatti con loro, all’idea del suono che abbiamo, all’energia che questo gruppo ha dal vivo».
Quanto è importante il momento live?
«È il più importante e il più stressante. Non sono uno che sale sul palco come se andasse al bar, e ogni volta mi richiede una preparazione e una concentrazione per tentare di dare sempre il massimo».
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